Promesse infrante e cuori stanchi: come sopravvivere all'euforia tossica del "nuovo anno, nuovo me"
- Anita Casale

- 7 gen
- Tempo di lettura: 5 min

Qualche giorno fa mi sono fermata davanti alla vetrina di una libreria nel centro della mia città. C’era qualcosa di ipnotico e, allo stesso tempo, di profondamente disturbante: agende nuove, copertine pulite, manuali su come rivoluzionare la propria vita in trenta giorni.
Tutto era coordinato, dai toni pastello ai titoli motivazionali scritti in font eleganti. Tutto sembrava progettato per suggerire che esista un punto preciso — il primo gennaio — in cui la vita dovrebbe improvvisamente diventare più ordinata, più chiara, più efficiente. Come se bastasse un acquisto o un cambio di calendario per resettare il peso di ciò che portiamo dentro.
Poi ho sollevato lo sguardo e ho guardato le persone che passavano lì davanti:
Ho visto corpi ancora appesantiti dal freddo e dalla stanchezza dei mesi precedenti, sguardi bassi che cercavano rifugio nelle sciarpe, un’energia trattenuta, quasi sospesa. Non c’era nulla di sbagliato in loro. C’era solo coerenza. Il contrasto non era tra chi “ce la fa” e chi no, ma tra ciò che viene raccontato come possibile — quella rinascita di plastica venduta dal marketing del benessere — e ciò che è biologicamente, psicologicamente reale.
Il problema di gennaio non è la stanchezza, ma l’aspettativa che non dovrebbe esserci. Ci sentiamo in colpa perché non siamo elettrici, senza capire che la nostra inerzia è la risposta più onesta che possiamo dare a una società che ci vuole perennemente in fase di upload.
Perché il cervello non conosce i calendari
Siamo abituati a pensare al tempo in modo lineare e frammentato, ma il nostro assetto interno segue logiche circolari e cumulative. Cambiare anno non equivale a cambiare pelle.
Il sistema nervoso non funziona per date simboliche, ma per continuità, adattamento e sedimentazione. Quando ci imponiamo di essere "diversi" dal primo gennaio, stiamo chiedendo al nostro cervello di compiere un salto mortale senza rete quando le transizioni reali richiedono tempo perché implicano integrazione: dobbiamo integrare le esperienze fatte, le perdite subite, le parti di noi che durante l'anno si sono incrinate e che non hanno ancora trovato un posto.
Pretendere una “rinascita immediata” significa chiedere al sistema limbico di ignorare ciò che ha appena attraversato. È una richiesta innaturale, e per questo genera quel senso di inadeguatezza che molti di noi scambiano per pigrizia. Non siamo fragili o privi di forza di volontà; stiamo solo cercando di forzare un ritmo che non ci appartiene. In psicologia, questa forzatura crea una frattura identitaria: da una parte c'è il "Me Ideale", quello della lista dei propositi, e dall'altra il "Me Reale", che ha ancora bisogno di dormire, di elaborare, di stare fermo.
Più la distanza tra questi due poli aumenta, più l'ansia cresce. La natura, in questo periodo, non produce... conserva. Le radici lavorano nel buio, sotto il ghiaccio, senza alcuna fretta di mostrare fiori. Eppure noi siamo l’unica specie che si rimprovera di non fiorire mentre tutto, fuori, è in pausa.
La stanchezza come informazione, non come difetto

Culturalmente trattiamo la stanchezza come un errore di sistema, un bug da riparare con un caffè in più o una sessione di coaching motivazionale. Ma se smettessimo di vederla come un limite e iniziassimo a guardarla come un’informazione? Spesso, la spossatezza di gennaio è il residuo di un adattamento prolungato: mesi passati a sostenere ruoli, a performare efficienza, a rispondere a richieste esterne che hanno eroso il nostro Sé.
Il corpo rallenta quando ha bisogno di riorganizzare le proprie risorse, non quando “ha fallito”.
Psicologicamente, la stanchezza è una forma di onestà brutale ed è il punto in cui il sistema smette di compensare e inizia a dire la verità: "Non ne ho più". Ignorare questo segnale, coprirlo con un entusiasmo artificiale tipico del "nuovo inizio", significa prolungare la dissociazione tra ciò che mostriamo e ciò che siamo.
È così che il “nuovo me” diventa solo una versione più rigida e contratta del vecchio: più controllata, meno capace di respirare, destinata a crollare entro metà febbraio. Scegliere di abitare la propria stanchezza significa, paradossalmente, riprendere il controllo. Significa dire: "Oggi non corro, perché sto ascoltando dove fa male".
L’erosione del Sé nell'era della performance
Gennaio è diventato il mese in cui l’apparenza si trasforma in un dovere morale. Veniamo bombardati da "parole guida", "vision board" e grafici di ripartenza. Se non dichiari una direzione chiara, sembri perso. Se non mostri energia, sembri un peso per la società della produttività. Ma dobbiamo dircelo con onestà: il movimento non è sempre sinonimo di crescita; spesso è solo agitazione, un modo per fuggire dal vuoto che sentiamo dentro.
Molti dei cambiamenti più profondi e duraturi avvengono proprio quando non c’è nulla da esibire. Avvengono nel silenzio delle mattine grigie, nella sospensione dei pomeriggi in cui non sappiamo ancora cosa verrà dopo.
Scegliere di non apparire performanti in questo periodo è un atto politico, una ribellione contro l'omologazione e significa accettare che la nostra autostima non debba essere ancorata a quanto produciamo o a quanto velocemente cambiamo, ma al valore intrinseco della nostra esistenza, anche quando è "improduttiva". Rinunciare alla narrazione immediata per restare nel processo significa rispettare la propria dignità umana, che non è un obiettivo da raggiungere, ma una realtà da proteggere.
Abitare il silenzio: oltre le maschere del successo
C'è un costo invisibile nel voler apparire sempre "risolti". Quando postiamo i nostri obiettivi per l'anno nuovo, stiamo spesso cercando una validazione esterna per colmare un senso di insicurezza interiore. Ma la fiducia in se stessi non nasce dal consenso degli altri, nasce dalla coerenza con i propri bisogni.
Se il tuo bisogno attuale è il riposo, ma il tuo obiettivo dichiarato è la corsa, stai creando una guerra interna che finirai per perdere.
Il segreto per sopravvivere a questo mese è togliere pressione, non aggiungere pesi e capire che non serve una vita "nuova", serve una vita più vera. Una vita in cui il silenzio non faccia paura e in cui non si debba giustificare la propria mancanza di entusiasmo.
Quando le maschere della performance cadono, quello che resta è spesso fragile, ma è anche l'unica cosa su cui si può costruire davvero qualcosa di solido. Le relazioni più autentiche, la creatività più sincera e la crescita più profonda nascono sempre da questo stato di nudità emotiva, dove non abbiamo più nulla da dimostrare e tutto da scoprire.
Un inizio che non fa rumore per il nuovo anno
Forse il punto non è iniziare meglio, ma iniziare in modo più umano. Il cambiamento che dura non nasce dall’urgenza o dal disprezzo per chi eravamo ieri, ma dalla regolazione e dalla compassione verso chi siamo oggi. Non serve una rivoluzione, serve spazio. Spazio per ascoltare ciò che è rimasto dopo il rumore delle feste, spazio per capire quali ferite hanno ancora bisogno di essere bendate prima di rimettersi in cammino.

Quest’anno non serve correre. Serve restare. Restare con la propria incompletezza senza trasformarla in un fallimento. Accettare di essere un cantiere aperto, dove i lavori procedono lentamente, a volte fermandosi del tutto per la pioggia. Gennaio passerà comunque, con o senza le nostre liste di propositi. La domanda fondamentale è se lo attraverseremo trascinandoci dietro un’immagine finta di noi stessi o se sceglieremo di accompagnarci con dolcezza, rispettando la stagione di ombra che stiamo vivendo.
Camminare piano non è rinunciare, è scegliere di esserci davvero, è capire che sei già abbastanza, qui, adesso, con i tuoi cuori stanchi e le tue promesse infrante, perché è proprio tra le crepe della nostra stanchezza che entra, finalmente, la luce di una vita autentica.




Commenti