top of page

Siamo figli dello stesso cielo ma non della stessa cura

  • Immagine del redattore: Anita Casale
    Anita Casale
  • 16 feb
  • Tempo di lettura: 6 min

siamo tutti figli dello stesso cielo

Eravamo seduti al solito tavolo, quello con la tovaglia un po' consumata e il rumore dei piatti che faceva da sottofondo a una serata che doveva essere solo di risate e relax.


Avevo appena finito di raccontare, con gli occhi che probabilmente brillavano un po' troppo, del mio nuovo percorso di studi, di quel progetto che sto costruendo e che mi tiene sveglia la notte perché, finalmente, mi fa sentire al mio posto. Un pezzetto di futuro che sto curando con una dedizione che solo io conosco.


Poi, è arrivata la frase, quella che cade come un sasso in un bicchiere di cristallo e ferma il tempo.


"Ma studi ancora? A questa età? E a che età finisci poi? E poi, se continui così a che età costruirai una famiglia? Trovati un lavoro vero, dai. E poi, scusa, ma chi te lo fa fare di stressarti così? Guarda me: io non faccio niente e sto benissimo, dovresti imparare a fregartene come faccio io".


In quel momento, il rumore del locale è svanito. È rimasto solo quel gelo sottile che ti sale lungo la schiena quando capisci che la tua vulnerabilità è stata scambiata per debolezza, e la tua ambizione per un errore di calcolo. Mi sono guardata intorno e ho capito che sì, siamo tutti sotto lo stesso cielo, respiriamo la stessa aria e affrontiamo le stesse incertezze di questo tempo strano, ma non abbiamo tutti la stessa cura. C’è chi cura la propria vita costruendo senso, anche a costo di stancarsi, e chi cura solo la propria superficie, cercando di convincerti che l'unico modo per non soffrire sia smettere di camminare.


L'elogio dell’inerzia e il furto del futuro


In quel "guarda me, non faccio niente e sto benissimo" non c'è saggezza, ma un sottile furto di prospettiva.


È l’elogio dell’inerzia elevata a stile di vita. In psicologia, questo meccanismo ha un nome preciso: proiezione.


Chi ti dice che dovresti smettere di studiare o di faticare perché "alla tua età dovresti già fare altro", sta proiettando su di te i propri limiti, le proprie paure e, soprattutto, il bisogno di giustificare la propria staticità.


Il problema è che la nostra società ha iniziato a scambiare l'apatia per equilibrio. Se tu decidi di metterti in gioco, di rimetterti sui libri o di costruire una strada che non sia quella già battuta da tutti, diventi una minaccia involontaria.


Perché se tu ce la fai, se tu dimostri che è possibile cambiare rotta a qualsiasi età, allora chi è rimasto fermo deve ammettere a se stesso di aver rinunciato. Sminuirti, chiederti "a che età costruirai una famiglia?" come se la vita fosse una lista della spesa da spuntare, è il loro modo per riportarti nel "gregge" della conformità.


C'è un costo enorme in questo "non fare niente", spesso sottovalutato, che viene sbandierato come un successo. La pace di chi non ha obiettivi, di chi non si mette in discussione e non accetta lo stress di una nuova sfida, è spesso una pace piatta, destinata a trasformarsi in un'ansia sorda non appena il mondo esterno chiederà conto della propria identità.


La tua stanchezza, al contrario, è generativa. È la fatica di chi sta scolpendo il proprio Sé autentico. Esiste una differenza abissale tra lo stress di chi sta costruendo un sogno e il vuoto di chi sta solo aspettando che il tempo passi.


Eppure, paradossalmente, è proprio chi sta cercando di "essere" a venire svalutato, come se la passione fosse una colpa e l'ambizione un vizio da curare.


I rischi della staticità e il costo dell'essere autentici: dove stiamo andando?


C'è una trappola nel mantra del "non faccio niente e sto benissimo".


Chi lo dice pensa di aver trovato una scorciatoia per la felicità, ma in realtà sta accumulando un debito emotivo che prima o poi presenterà il conto. In psicologia, la staticità prolungata non è riposo, è atrofia dell'anima.



Quando smetti di porti obiettivi, quando rinunci a studiare o a evolverti per paura dello stress, il tuo "Sé" inizia a restringersi. Il rischio reale non è la stanchezza, ma l'alienazione: svegliarsi un giorno e accorgersi di essere diventati estranei ai propri desideri, prigionieri di una vita che abbiamo scelto solo perché era la meno faticosa, in un mondo che cambia velocemente.


Dall'altra parte della barricata ci sei tu. E sì, essere autentici in una società che premia la maschera del "tutto ok" ha un costo altissimo. Costa solitudine, costa dover sopportare quegli sguardi di sufficienza a cena, costa la fatica di spiegare per l'ennesima volta che studiare a vent'anni, a trent'anni o a quaranta... e perché no, anche a cinquanta, non è una perdita di tempo, ma un atto di libertà.


Qui dobbiamo dircelo chiaramente: questa idea che il cambiamento abbia una data di scadenza è un concetto puramente italiano, un retaggio culturale che ci vuole incasellati in percorsi rigidi. All'estero, riprendere la formazione a cinquant'anni o cambiare radicalmente carriera a quaranta è segno di vitalità e intelligenza strategica. Da noi, invece, viene vissuto come una colpa.


"Ma a che età finisci?" , "ma non è un po' troppo tardi?"


Essere autentici in una società che premia la maschera del "posto sicuro" ha un costo altissimo. Costa solitudine, costa dover sopportare quegli sguardi di sufficienza a cena, costa la fatica di spiegare che cambiare direzione non è un segno di confusione, ma di coraggio. Il costo dell'autenticità è questo stress: la tensione tra chi sei oggi e chi senti di poter diventare. Ma è un prezzo che vale la pena pagare. Perché mentre la staticità ti regala una pace finta, l'autenticità ti restituisce il senso di ogni tuo respiro.


Possibili scenari futuri: verso una nuova bussola o verso una prigionia?


Quando guardiamo al domani, ci troviamo davanti a un bivio invisibile ma spietato.


Da una parte c'è la strada di chi ha deciso che "non fare niente" sia la massima aspirazione: Lo scenario, in questo caso, è quello di una prigionia dorata. Chi sceglie la staticità per evitare lo stress del cambiamento si ritroverà in un futuro fatto di rimpianti cronici e di un'identità sbiadita. La prigionia non è fatta di sbarre, ma di quel senso di vuoto che arriva quando ti accorgi che il mondo è andato avanti, che le tue competenze sono ferme a un decennio prima e che la tua "pace" era solo paura di vivere.


È lo scenario di una società spenta, che sopravvive ma non pulsa.


Una persona che guarda l'orizzonte al tramonto con un libro in mano, simbolo di rinascita e formazione continua.

Dall'altra parte, c'è lo scenario di chi, come te, sceglie di usare una nuova bussola. È il futuro di chi ha capito che la vera sicurezza non sta nel "posto fisso" o nel non fare nulla, ma nella propria capacità di imparare, evolversi e ricominciare a qualsiasi età. In questo scenario, lo stress non è un nemico da cui fuggire, ma il segnale che sei nel pieno della tua fioritura. Il rischio è alto, certo, ma il premio è la libertà di non dover mai chiedere il permesso a nessuno per essere te stessa.



Tra qualche anno, chi oggi ti svalutava chiedendoti "ma quando finisci?", si troverà chiuso in quella prigione di abitudini che non lo soddisfano più. Tu, invece, avrai la tua bussola in mano. Avrai scoperto che la vita non è una linea retta, ma un cerchio che si espande ogni volta che hai il coraggio di dire:


"Ho deciso di ricominciare"


La luce nelle tue scelte


Alla fine, torniamo a quel tavolo, a quel sasso nel bicchiere di cristallo e a quella frase che voleva ferirti. Abbiamo tutti lo stesso cielo sopra la testa, lo stesso tempo che scorre e le stesse paure da affrontare. Ma, come abbiamo visto, non abbiamo tutti la stessa cura.


Esistono moltissime persone che, per problemi indipendenti dalla loro volontà — difficoltà economiche, imprevisti familiari, barriere sociali o semplicemente scelte personali — hanno dovuto chiudere i propri sogni in un cassetto a doppia mandata. Hanno rinunciato all'università, a quel progetto di lavoro, a quella vocazione che sentivano premere dentro. Per loro, la svalutazione altrui è ancora più dolorosa, perché tocca una ferita già aperta.


Ma è proprio a loro che voglio parlare: oggi, forse per la prima volta nella storia, quel cassetto può essere riaperto. Grazie ai mezzi digitali, alle università telematiche, ai webinar e alla formazione online, la conoscenza non è più un club esclusivo per chi ha vent'anni e nessuna preoccupazione. È il momento perfetto per rimettersi in gioco, per riprendersi quel pezzetto di identità che era rimasto in sospeso.


E a te, giovane adulto che ti senti schiacciato dal ticchettio di un orologio che non hai caricato tu, voglio dire una cosa: non scusarti per la tua sete. Non sentirti in colpa se la tua strada non è una linea retta ma un sentiero tortuoso.


La società ti vorrebbe già "arrivato", incasellato, pronto a produrre in silenzio, ma la tua vera responsabilità è verso la tua unicità, non verso le scadenze di chi ha paura di cambiare. Se senti il bisogno di studiare ancora, di cambiare rotta, di fallire e riprovare, fallo. Lo stress di chi cerca il proprio posto è mille volte più nobile della finta calma di chi ha accettato un posto che non gli appartiene.


La tua "cura" è questa: la scelta di non arrenderti alla mediocrità di chi ti vuole uguale a lui per non sentirsi solo nella sua inerzia. Non scambiare mai la loro stanchezza di vivere per saggezza. La tua fatica, quella di chi studia e progetta nonostante tutto, è il segno che sei una persona viva.


Meglio avere il fiato corto per la corsa che i polmoni fermi per l'attesa.


Ricordati: sei figlio dello stesso cielo di chi ti giudica, ma hai scelto una cura che loro, per ora, non possono nemmeno immaginare.

La cura della tua libertà.


Come sempre Con affetto e gratitudine, Anita



Commenti


Logo Anita Casale Life mental e digital coach

Telefono: 3317447882
Email: anita.casale.psy@gmail.com

P.IVA 06840211004

© 2025 by Assytel di Fabrizio Casale & C SAS Powered and secured by Wix

  • Instagram
  • Facebook
  • TikTok
  • Linkedin

Contattami:

bottom of page