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Perché la disciplina non basta?

  • Immagine del redattore: Anita Casale
    Anita Casale
  • 21 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

disciplina, piani, obiettivi

L’altro lunedì mi sono svegliata con il suono della sveglia che sembrava un colpo di martello su un vetro sottile. Sono rimasta lì, a fissare il soffitto, mentre la lista delle cose da fare iniziava a proiettarsi nella mia testa come un film d’ansia già visto.


Avevo pianificato tutto: incastri perfetti, ore di lavoro e di studio serrate, la palestra, quella mail che rimandavo da giorni. Sulla carta, la mia disciplina era impeccabile. Eppure, sentivo un peso sul petto che stava schiacciando il mio "essere".


Quante volte ci siamo detti che se non riusciamo a finire tutto è perché non siamo abbastanza disciplinati? Ci hanno insegnato che la volontà è un muscolo da tendere fino allo spasmo, che se molliamo un centimetro siamo pigri o, peggio, destinati al fallimento.


Ma c’è una verità scomoda che la cultura della performance tende a nascondere: la disciplina, se usata come una frusta e non come un sostegno, è il modo più veloce per svuotarsi l'anima. Ci svegliamo come soldati in una guerra che non abbiamo scelto, pronti a combattere contro noi stessi in nome di una produttività che non ci somiglia affatto.


L’illusione della motivazione estrinseca


Passiamo metà della nostra vita a correre dietro a carote che non abbiamo nemmeno scelto noi. La società odierna è diventata una gigantesca vetrina dove il valore di una persona viene misurato in base a quanto produce, quanto guadagna o quanto sembra impegnata.


È quella che in psicologia chiamiamo motivazione estrinseca: agiamo non perché amiamo ciò che facciamo, ma per ottenere un premio esterno o evitare una punizione sociale. Corriamo per non sentirci "meno" degli altri, per non affogare nel senso di colpa di un pomeriggio passato a non fare nulla.


Quando la nostra autostima è ancorata esclusivamente ai risultati, diventiamo fragili: ogni errore diventa un fallimento personale, ogni momento di stanchezza una colpa. È, a tutti gli effetti, una forma di conformismo che ci svuota, trasformando le nostre passioni in obblighi e i nostri sogni in scadenze.


Ci hanno convinti che la disciplina sia un atto di forza, ma spesso è solo la paura di non essere "abbastanza" che ci muove. E la paura, a differenza del desiderio, non costruisce nulla che duri nel tempo; consuma e basta.


Oltre la disciplina: perché i valori contano più degli obiettivi



Illustrazione concettuale di una bussola che punta verso la parola 'Valori' anziché 'Successo', stile grafico pulito e colori pastello

Il problema non è avere dei traguardi, ma come li guardiamo. Spesso ci fissiamo su un obiettivo — "voglio quella promozione", "voglio perdere dieci chili", "voglio fatturare tot" — come se fosse un'isola salvifica.


Ma l'obiettivo è un punto fermo nel futuro, e finché non lo raggiungi, vivi in uno stato di mancanza. Se la disciplina serve solo a colmare quel vuoto, ogni passo sarà una tortura.


Qui entrano in gioco i valori. Se gli obiettivi sono i cartelli stradali, i valori sono la tua bussola interna. Un valore non è qualcosa che "ottieni", è un modo di essere che scegli ogni momento. C’è una differenza abissale tra lavorare sodo perché dai valore alla conoscenza e lavorare sodo perché hai l'obiettivo di non sembrare un fallito.


Quando agiamo spinti dalla motivazione intrinseca — ovvero quando facciamo qualcosa perché è coerente con chi siamo veramente — la disciplina smette di essere un peso e diventa una naturale conseguenza. Non hai bisogno di frustarti per studiare se dai valore alla tua crescita; lo fai perché quel gesto nutre la tua identità.


È l'ancoraggio dell'autostima al proprio valore intrinseco: io valgo perché sono fedele a me stesso, non perché ho spuntato tutte le voci della lista. In questo spazio, l'ansia da prestazione si dissolve, lasciando il posto a un impegno che ha il sapore della libertà, non della costrizione.


Praticare la produttività gentile


Scegliere la produttività gentile non significa fare meno, ma fare meglio, con un cuore diverso. È un atto di ribellione contro la tossicità del "sempre di più". La prima cosa da fare è smettere di trattare noi stessi come macchine da riparare e iniziare a vederci come esseri da ascoltare.


Invece di chiederci "perché oggi non sono stato produttivo?", dovremmo chiederci con curiosità: "di cosa ha bisogno la mia mente in questo momento?".


Azione non significa forzatura. Una soluzione costruttiva è pianificare le giornate partendo dai margini di respiro. Invece di incastrare i compiti uno sull'altro, prova a lasciare dei vuoti. Quei vuoti non sono tempo perso; sono lo spazio in cui la creatività respira e l'ansia si placa.


Praticare la gentilezza verso sé stessi significa anche accettare che ci saranno giorni di nebbia in cui la nostra unica vittoria sarà stata quella di esserci presi cura della nostra stanchezza.


È qui che l'autostima smette di essere un grafico che sale e scende in base ai successi esterni e diventa una radice profonda, salda nel terreno della nostra dignità di esseri umani, indipendentemente da quanto abbiamo prodotto oggi.


Conclusione: Il diritto di respirare



Dettaglio di un diario aperto su una pagina bianca con una pianta accanto, simbolo di un nuovo inizio basato sull'autenticità e il rispetto dei propri ritmi

Alla fine, la disciplina non è quella voce cattiva che ti urla nelle orecchie alle sei del mattino, ma è il gesto d'amore di chi prepara il terreno affinché la propria vita possa fiorire.


Abbiamo il diritto di non essere perfetti, di non essere costantemente "in crescita", di essere semplicemente umani.


La vera libertà non sta nel dominare ogni secondo della nostra giornata, ma nel saperci guardare allo specchio senza maschere, riconoscendo che il nostro valore non aumenterà di un millimetro grazie a una spunta su un foglio, né diminuirà per un pomeriggio passato a guardare le nuvole.


Scegliere la via della gentilezza significa fare pace con i propri limiti e scoprire che, paradossalmente, è proprio quando smettiamo di combatterci che iniziamo a camminare davvero.


Ti auguro di trovare quel ritmo tutto tuo, fatto di impegno e di pause, di coraggio e di fragilità. Ti auguro di riscoprire la bellezza di un impegno che nasce dal desiderio di onorare chi sei, e non dalla paura di essere dimenticato dal mondo. Perché una vita vissuta con fiato corto non è una vita vinta, è solo una corsa che ti impedisce di vedere il paesaggio.


Fermati, respira, e poi riparti...ma stavolta, fallo per te.

Come sempre, con affetto e gratitudine

Anita.

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