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Fine anno, maschere a terra: guardarsi dentro oltre la lista dei successi con il coraggio di essere incompleti

  • Immagine del redattore: Anita Casale
    Anita Casale
  • 17 dic 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

paesaggio di natale, villaggio natalizio

Tra il buio del pomeriggio e le luci che iniziano a lampeggiare nelle strade, il respiro si fa corto. Succede in questi giorni. È una sensazione sottile, quasi un rumore bianco che ti ronza nelle orecchie:


l’idea che il tempo stia scadendo e che tu non sia "abbastanza".


Ti guardi intorno e sembra che tutti abbiano risolto il puzzle. Vedi traguardi celebrati, liste di obiettivi spuntati con una precisione che fa male, e quel senso di urgenza che ti spinge a chiederti:


“E io? Cos’ho fatto di memorabile in questi dodici mesi?”


Ci hanno insegnato a misurare il nostro valore come se fossimo un’azienda in perdita o in utile, trasformando la nostra vita in un bilancio freddo. Se non hai scalato una montagna, se non hai cambiato lavoro, se non hai mostrato la versione migliore di te, allora il 2025 sembra un buco nero.


Ho come la sensazione che però, chi in un modo, chi in un altro, siamo tutti stanchi di questa recita. Sotto i cappotti pesanti e i sorrisi di circostanza, portiamo il peso di una stanchezza che non si cura con il riposo, ma con l’onestà. Siamo diventati bravissimi ad apparire, ma ci siamo dimenticati come si fa a restare, semplicemente, umani e imperfetti.


La dipendenza dalla performance e il coraggio di essere "rotti"


Questa pressione costante che sentiamo a fine anno non è casuale.


Viviamo in una società che si comporta come uno spacciatore di adrenalina e validazione: ci hanno reso dipendenti dal "fare", convincendoci che l’erosione del nostro Sé sia un prezzo accettabile per ottenere un applauso. Abbiamo ancorato la nostra autostima a risultati che spesso non dipendono nemmeno da noi, trasformando l’ansia in uno stato psicologico cronico. È una forma di tossicità sociale che ci consuma lentamente, lasciandoci svuotati, sempre un passo indietro rispetto a un traguardo che si sposta appena proviamo a toccarlo.


Proprio per questo, quando entro nella comunità di recupero dove faccio volontariato, sento di respirare un’aria diversa, quasi rivoluzionaria. Lì non ci sono maschere, né "successi" da sventolare per sentirsi superiori. Non puoi fingere di aver vinto quando la tua battaglia è restare pulito per le prossime ventiquattro ore; la finzione, in quel luogo, è un lusso che nessuno può permettersi perché ti uccide. In quel contesto ho visto la forma più pura di dignità: persone che hanno toccato il fondo, che hanno visto la propria identità frantumarsi sotto il peso della sostanza e del giudizio, ma che hanno il coraggio immenso di ammettere di essere fragili.


In questi mesi di volontariato ho imparato che il vero fallimento non è cadere, ma passare la vita a fingere di non essere mai caduti. In comunità non conta chi eri, quanto guadagnavi o quante persone ti ammiravano "fuori". Conta solo l'onestà con cui ammetti:


"Oggi sto male, oggi ho bisogno di aiuto".


C'è una forza sovrumana in questa vulnerabilità, una forza che noi, fuori da quelle mura, stiamo perdendo per paura di deludere le aspettative altrui.


Kintsugi

Ogni volta che parlo con loro, mi torna in mente il Kintsugi, l’antica arte giapponese di riparare i vasi rotti con l’oro. La rottura non viene nascosta, ma celebrata come un punto di valore.


Se un ragazzo che ha perso tutto – affetti, lavoro, dignità – può trovare la forza di amarsi e ricostruirsi tra le rovine della sua vita, noi non abbiamo scuse; possiamo smettere di essere schiavi del successo e iniziare a essere, finalmente, padroni della nostra autenticità.


Invece di nascondere i passi falsi del 2025 sotto il tappeto del conformismo, dovremmo guardarli come cicatrici dorate. Il costo della nostra conformità sociale è diventato troppo alto: stiamo sacrificando la nostra unicità per sembrare tutti ugualmente "di successo", dimenticando che è proprio nella nostra capacità di rialzarci – e non nella capacità di non cadere – che risiede la nostra vera, vibrante umanità.


Verso un 2026 di Valori, non di Performance


Se accettiamo l'idea di essere come vasi riparati con l'oro, allora anche il modo in cui guardiamo al futuro deve cambiare. La domanda per il 2026 non può più essere:


"Cosa devo ottenere per sentirmi all'altezza?"


Questa è la domanda che alimenta la dipendenza. La domanda vera, quella che sa di libertà, è:


"Quali valori voglio onorare, a prescindere dal risultato?"


In questi mesi di volontariato ho capito che la differenza tra chi si rialza e chi resta a terra non è la forza di volontà, ma il senso che dai a ciò che fai. Un obiettivo è un traguardo numerico (comprare casa, perdere peso, ottenere quella promozione); un valore è una bussola interna (essere onesto, praticare la gentilezza, restare presente).


Se il tuo obiettivo fallisce, ti senti un fallito. Ma se il tuo valore è la presenza, puoi onorarlo anche in una giornata storta, anche in un anno difficile.

Pianificare il 2026 basandosi sui valori significa fare una scelta di campo: decidere di non indossare più maschere per compiacere una società che ci vuole tutti uguali e performanti.


Significa avere il coraggio di dire:


"Quest'anno la mia priorità non sarà essere impeccabile, ma essere vero"


È qui che la crescita personale smette di essere marketing e diventa vita. È qui che iniziamo a respirare quell'aria pulita di cui abbiamo bisogno: quando smettiamo di correre per superare gli altri e iniziamo a camminare per ritrovare noi stessi.


Il diritto di essere incompleti


C’è una libertà immensa nello scoprire che non siamo il riassunto dei nostri successi. La vera crescita personale non è una scalata infinita verso una perfezione che non esiste, ma è il coraggio di restare umani in un mondo che ci vorrebbe macchine. Lo vedo ogni volta che un ragazzo in comunità trova la forza di sorridere nonostante le macerie: la sua bellezza non sta in ciò che ha ottenuto, ma nella verità con cui abita il suo presente.


Per questo, mentre il 2025 scivola via, ti invito a fare un gesto rivoluzionario:


scusa te stesso.


Perdona i tuoi ritardi, le tue paure, le giornate in cui non sei stato "abbastanza".

Non lasciare che il rumore dei bilanci degli altri soffochi la tua voce interiore. Il 2026 non deve essere l'anno della tua riscossa sociale, ma l'anno della tua fedeltà a te stesso.


Chiudi gli occhi per un secondo e prova a sentire il peso della maschera che scivola via.


inizio 2026 e fuochi d'artificio

Senti come si respira meglio? Non serve una lista di miracoli per meritare amore e rispetto; serve solo l’onestà di dire "io sono questo". Le tue crepe sono il punto in cui la tua storia diventa unica, l'oro che ti rende prezioso.


Entra nel nuovo anno senza il bisogno di sembrare invincibile; entra con la curiosità di scoprire chi sei quando smetti di cercare di essere qualcun altro. La vita vera, quella autentica e senza maschere, inizia esattamente lì: nel momento in cui accetti il tuo diritto sacrosanto di essere magnificamente incompleto.


Buon cammino, oltre la performance, verso la tua unica e inviolabile verità, e come sempre...


...con affetto e gratitudine;

Anita

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