Il personaggio e la persona: cronaca della menzogna social
- Anita Casale

- 19 mag
- Tempo di lettura: 13 min

Il video dura ottantadue secondi. Una ragazza di ventidue anni, luce ad anello, sfondo neutro, parla in camera con la cadenza confidenziale di chi sta raccontando un segreto a un milione di sconosciuti. Racconta una vita che non è la sua. Parla di una famiglia che non ha, di un lavoro che non fa, condizioni di salute che non le appartengono, di relazioni che non esistono, attribuisce a persone reali episodi mai accaduti.
L'unica frase vera, in tutto il video, è una confessione tecnica: "Cerco la perfezione". E in effetti il volto, ritoccato dalla chirurgia prima ancora che dai filtri, della perfezione è un manifesto.
Il video è arrivato sul telefono di chi scrive attraverso il flusso ordinario dell'algoritmo, ma con un dettaglio anomalo: la ragazza del video, chi guardava, la conosce.
E qui, in questa coincidenza statisticamente irrilevante, si è prodotto l'effetto che merita di essere raccontato: per una volta, dietro il personaggio, era visibile la persona. E le due figure non combaciavano. Non parzialmente, non per omissione strategica. Non combaciavano affatto.
Da questa scena, e dalle migliaia di scene identiche che ogni giorno scorrono sugli schermi senza essere riconosciute come tali, parte questa cronaca.
Il personaggio, la persona e il controfattuale mancante
Quando guardiamo un profilo social, di norma, ci troviamo nella condizione epistemica del lettore di un romanzo: abbiamo accesso solo al testo. Non conosciamo l'autore, non abbiamo modo di verificare se i fatti narrati corrispondano a una realtà fuori dalla pagina. Il personaggio che ci viene presentato è, per noi, l'unica versione disponibile della persona. E in mancanza di alternative, ci comportiamo come si comportano tutti i lettori del mondo: assumiamo, fino a prova contraria, che ciò che leggiamo abbia un rapporto con ciò che esiste.
Questa assunzione non è ingenuità. È economia cognitiva: la mente umana è strutturata per presumere la verità di ciò che le viene raccontato, perché verificare ogni informazione che riceve avrebbe un costo computazionale insostenibile. Il linguista e psicologo Timothy Levine ha chiamato questo meccanismo truth-default : tendiamo a credere, a meno che qualcosa non ci spinga attivamente a dubitare.
Il problema dei social, e in particolare delle piattaforme costruite intorno al video breve, è che hanno reso quel "qualcosa che ci spinge a dubitare" praticamente invisibile. Tutto è levigato, professionale, fluido. Il personaggio non ha sbavature perché il software le rimuove in tempo reale. La voce non trema perché l'audio viene compresso. Il contesto non si vede perché l'inquadratura lo esclude. Non ci sono crepe da cui possa filtrare la persona.
Per quasi tutti i profili in cui ci imbattiamo, dunque, non possediamo il controfattuale: non abbiamo la versione reale a cui confrontare la versione raccontata. Crediamo non per credulità, ma per impossibilità tecnica di fare diversamente. Solo nei rari casi in cui il caso ci consegna entrambe le versioni — la persona conosciuta nella vita reale, il personaggio costruito sullo schermo — accade quello che gli scrittori russi del primo Novecento chiamavano straniamento: la cosa familiare ci appare improvvisamente nella sua nudità di artefatto. E capiamo, per un istante e con un certo disagio, che tutti gli altri profili che scorriamo ogni giorno sono fatti della stessa sostanza. Solo che ce li beviamo, perché non abbiamo nessuno da chiamare per chiedere conferma.
Goffman aveva ragione, ma non così tanto

Sarebbe un errore liquidare la scena descritta come un'anomalia morale, l'eccesso di una singola ragazza disturbata, o la deriva di una generazione.
È, semmai, un caso limite di un fenomeno antichissimo. Nel 1959 il sociologo canadese Erving Goffman pubblicava La vita quotidiana come rappresentazione, un libro che applicava al comportamento umano una metafora teatrale: ogni interazione sociale, scriveva Goffman, è una performance.
Esiste un palcoscenico, su cui ci presentiamo agli altri con un sé curato, e un retroscena, in cui depositiamo ciò che non vogliamo mostrare. Cambiamo costume a seconda del pubblico: una versione di noi per il colloquio di lavoro, una per i suoceri, una per gli amici della domenica sera. Non è ipocrisia, è grammatica della convivenza.
Goffman, in altre parole, ci ha insegnato che mentire un po' è normale, e che la richiesta di essere "sempre se stessi in qualunque contesto" è, se presa alla lettera, una richiesta di adolescenza permanente. La persona adulta sa modulare. Sa che il sé non è un monolite ma un repertorio.
Il punto, dunque, non è denunciare la performance. Sarebbe sciocco, e soprattutto sarebbe inutile: si denuncerebbe la condizione umana. Il punto è capire cosa cambia quando la performance smette di essere un episodio contestuale e diventa una condizione strutturale. Ed è qui che i social rompono con la tradizione goffmaniana, perché introducono tre mutazioni che il sociologo, scrivendo settant'anni fa, non poteva prevedere.
La prima mutazione è la continuità. La performance social non ha pause: il personaggio è online ventiquattr'ore su ventiquattro, anche quando dormi, perché i contenuti già pubblicati continuano a recitarlo per te. Non esiste retroscena, perché qualunque cosa accada nel retroscena può, in qualsiasi momento, essere portata in scena. La distinzione goffmaniana tra "davanti" e "dietro" il sipario, su cui poggiava la salute mentale della vita ordinaria, salta.
La seconda mutazione è la misurabilità. Ogni performance riceve un punteggio in tempo reale: visualizzazioni, like, salvataggi, commenti. Il successo del personaggio non è più un'impressione vaga ma un dato numerico aggiornato al secondo. Questo trasforma la presentazione del sé in un sistema di feedback chiuso, in cui ciò che funziona viene rinforzato e ciò che non funziona viene scartato. La persona reale, lentamente, viene riscritta in funzione del personaggio premiato.
La terza mutazione è la scalabilità. Goffman descriveva interazioni a misura d'uomo: una stanza, dieci persone, una cena. La performance social si rivolge potenzialmente a milioni, ma con l'intimità tonale del rapporto a due. Questa asimmetria produce un sé che non è né privato né pubblico, ma una terza categoria che ancora non sappiamo bene come chiamare.
A questo punto, qualcosa che la psicoanalisi conosce da tempo torna utile.
Donald Winnicott, negli anni Sessanta, distingueva tra vero sé e falso sé. Il vero sé è il nucleo spontaneo della persona, fatto di impulsi, desideri, contraddizioni. Il falso sé è una struttura protettiva che si costruisce per rispondere alle aspettative dell'ambiente: un sé compiacente, performante, accettabile. Tutti, in misura sana, abbiamo un falso sé: serve a stare al mondo. Il problema, scriveva Winnicott, comincia quando il falso sé prende il sopravvento e il vero sé viene sepolto, dimenticato, infine perduto. La persona, allora, diventa il proprio personaggio e non sa più tornare indietro.
Di fatto, i social hanno contribuito ad una industrializzazione del falso Sè
I quattro livelli della menzogna social
La menzogna social non è un blocco unico.
Procede per stratificazioni, ciascuna delle quali colpisce un aspetto diverso dell'identità. Distinguerle serve a non confondere il filtro estetico con l'invenzione biografica, e a riconoscere che, nei casi più gravi — come quello della ragazza del video da cui siamo partiti — i quattro livelli convergono nella stessa persona.
Menzogna estetica

È la più antica, la più documentata, la più socialmente accettata. Comprende tutto ciò che modifica l'apparenza fisica: filtri in tempo reale, ritocchi in post-produzione, modellazione del corpo, e infine — quando il digitale non basta più — la chirurgia. È qui che la differenza tra personaggio e persona si fa letteralmente carne. Negli ultimi anni la letteratura medica ha coniato l'espressione Snapchat dysmorphia per indicare la richiesta crescente, presso i chirurghi estetici, di interventi che riproducano nel corpo reale l'effetto dei filtri. Non si chiede più di assomigliare a un'attrice o a una modella: si chiede di assomigliare alla propria versione filtrata. Il modello non è più umano, è algoritmico.
Ciò che è interessante, sul piano psicologico, è il rovesciamento del rapporto tra originale e copia. Storicamente, l'immagine imitava il corpo. Oggi, sempre più spesso, è il corpo a inseguire l'immagine. Il personaggio detta le condizioni alla persona, e la persona si lascia rimodellare per non perdere il personaggio.
Menzogna biografica
Più sofisticata, più rara, più devastante. Consiste nell'inventarsi una vita parallela: studi mai compiuti, lavori mai svolti, esperienze mai vissute, ruoli sociali mai ricoperti. Talvolta si tratta di esagerazioni, talvolta di costruzioni integrali. La menzogna biografica include anche il versante opposto: l'invenzione di traumi e drammi mai accaduti, perché nell'economia attuale dell'attenzione la sofferenza, raccontata bene, genera engagement quanto il successo, e a volte di più.
Il tratto distintivo della menzogna biografica è che chiama in causa terzi reali. Quando si inventa un partner che non esiste, una famiglia che non si ha, un amico che non ci ha mai parlato in quei termini, si trascinano nel personaggio persone vere, che potrebbero non aver mai dato il consenso a comparire nemmeno come pretesto. È la zona in cui la menzogna smette di essere un fatto privato e diventa, almeno potenzialmente, un fatto giuridico.
Menzogna emotiva
Più subdola, perché meno smascherabile. Riguarda la simulazione di stati d'animo: la finta vulnerabilità del video confessionale, la finta euforia della story in vacanza, la finta crisi che richiama l'attenzione del pubblico nei momenti di calo dei numeri. Non si tratta solo di esagerare un'emozione realmente provata, ma di produrne ex novo una che la persona, in quell'istante, non sta vivendo. Si piange in camera perché il pianto performa bene, si sorride perché il sorriso converte, si confessa una fragilità perché la fragilità raccontata genera commenti.
Il rischio specifico di questa menzogna è l'alessitimia indotta: a forza di produrre emozioni per il pubblico, si finisce per non sapere più quali siano le proprie. La grammatica emotiva interna si confonde con la grammatica emotiva performata.
Menzogna relazionale
L'ultimo strato, il più solitario, riguarda l'esibizione di legami che non esistono o che non hanno la qualità che gli viene attribuita. Amici della foto di gruppo che non si frequentano mai, famiglie ricomposte per il feed dei genitori, partner trattati come oggetti di scena, comunità raffigurate come fedeli quando sono soltanto follower passivi. Il personaggio appare circondato, la persona reale è sola.
Quando i quattro livelli si sovrappongono — corpo ritoccato, biografia inventata, emozioni simulate, relazioni esibite — il personaggio diventa una creatura completa, autosufficiente, che non ha più bisogno della persona per stare in piedi. Anzi: la persona, a quel punto, è il principale ostacolo al personaggio, e qualcosa, dentro, deve cedere.
La cornice sociologica: la fogna non è un incidente, è il sistema

Fin qui abbiamo parlato della menzogna social come se fosse una scelta individuale: c'è chi mente, c'è chi non mente, c'è chi mente molto e chi mente poco. È una semplificazione utile per cominciare, ma è una semplificazione.
La menzogna social non è un difetto del sistema, è una sua funzione. Non un incidente di percorso, ma il prodotto previsto e atteso di un meccanismo che, se osservato dall'alto, funziona esattamente come è stato progettato per funzionare.
Per capirlo bisogna partire da una constatazione: i social non vendono contenuti, vendono attenzione. Tim Wu, giurista e studioso dei media, lo ha raccontato in un libro del 2016 intitolato The Attention Merchants: l'intera architettura delle piattaforme è costruita per estrarre dagli utenti la risorsa scarsa del XXI secolo, ossia il tempo che dedichiamo a guardare uno schermo. Il contenuto, in questa economia, non è il prodotto finale: è l'esca. Più l'esca funziona, più tempo si pesca, più dati si raccolgono, più inserzionisti si servono. Il ciclo si chiude e la macchina gira.
In questo schema, l'algoritmo non distingue il vero dal falso. Non perché sia mal progettato, ma perché quella distinzione non gli serve. Gli serve un'altra distinzione: performante contro non performante. Un contenuto che trattiene lo sguardo vince, un contenuto che non lo trattiene perde. Se il contenuto performante è vero, bene; se è falso, bene lo stesso. La verità, semplicemente, non è una variabile dell'equazione.
E qui arriva la conseguenza che cambia tutto: in un sistema che premia ciò che performa, e in cui la performance non richiede di essere veritiera, mentire conviene. Non moralmente: economicamente, attenzionalmente, identitariamente.
Chi inventa una biografia interessante batte chi racconta una biografia ordinaria. Chi simula una vulnerabilità potente batte chi mostra una vulnerabilità reale ma poco fotogenica. Chi costruisce un personaggio coerente batte chi mostra le contraddizioni della persona. Non perché il pubblico sia stupido, ma perché il pubblico viene servito secondo logiche di engagement, e l'engagement misura il successo della performance, non la sua aderenza al reale.
Pierre Bourdieu, negli anni Settanta, aveva descritto le società moderne come arene in cui si compete per il capitale simbolico: il prestigio, il riconoscimento, la reputazione. Quel capitale, scriveva, è il più potente di tutti, perché trasforma le posizioni sociali in cose che sembrano naturali. I social hanno preso quella categoria e l'hanno trasformata in metrica: oggi il capitale simbolico è quantificato in follower, view, condivisioni, salvataggi. È numerico, esposto, aggiornato in tempo reale, confrontabile con quello di chiunque altro. Era una nuvola, è diventato un grafico.
Quando il capitale simbolico diventa numero, succedono due cose.
Primo: la gerarchia sociale si fa visibile come non lo era mai stata. Non sai più solo che qualcuno è "importante", sai esattamente quanto, fino alla quarta cifra.
Secondo: la corsa per accumulare quel capitale si fa razionale. Se per salire conta il numero, e il numero risponde alla performance, allora ottimizzare la performance — anche al prezzo di mentire — non è un cedimento morale, è una strategia coerente con le regole del gioco.
Questo non assolve chi mente.

Significa, però, che inquadrare il fenomeno come un'epidemia di disonestà individuale è un errore di scala. La fogna non sgorga da qualche soggetto particolarmente turbato: sgorga dal modo in cui sono progettati i tubi. Finché premieremo, con la nostra attenzione e con i nostri pollici, le performance più scintillanti senza chiederci se siano performance di persone o di personaggi, il sistema continuerà a produrre esattamente ciò che produce oggi con perfetta efficienza.
Perché ci crediamo lo stesso
C'è una contraddizione che chiunque usi i social ha sperimentato almeno una volta. Sappiamo che i contenuti sono filtrati, sappiamo che le vite mostrate sono curate, sappiamo, in linea di principio, che il personaggio non è la persona. Eppure, quando chiudiamo l'app dopo mezz'ora di scrolling, ci sentiamo lo stesso un po' più poveri, un po' più brutti, un po' più indietro. Il sapere, evidentemente, non basta a immunizzare. Perché?
Una prima risposta viene dalla psicologia cognitiva. Timothy Levine, come abbiamo detto prima, ha sviluppato la cosiddetta truth-default theory: la nostra mente è strutturata per presumere, di default, che ciò che ci viene detto sia vero. Non perché siamo creduloni, ma perché verificare tutto sarebbe insostenibile. Il dubbio è cognitivamente costoso, la fiducia è gratuita. Per disattivare il default ci vuole un trigger esplicito — una contraddizione evidente, un'incongruenza visibile, un sospetto fondato. Sui social, come abbiamo visto, quei trigger sono stati levigati via dal software. Tutto sembra coerente, perché tutto è stato montato per esserlo. Il default resta acceso. Crediamo, anche quando non vorremmo.
C'è poi un meccanismo più antico, e più potente.
Nel 1954 Leon Festinger pubblicò un articolo che sarebbe diventato uno dei pilastri della psicologia sociale: la teoria del confronto sociale. La sua tesi è semplice e implacabile: l'essere umano valuta sé stesso confrontandosi con gli altri. Non in modo accessorio, ma costitutivo. Non sappiamo se siamo intelligenti, attraenti, di successo, in forma — finché non ci confrontiamo con qualcuno. Il giudizio su di noi è sempre relazionale.
Festinger scriveva in un mondo in cui i termini di confronto erano pochi, vicini, e tendenzialmente comparabili: i compagni di scuola, i colleghi, i vicini. Oggi i termini di confronto sono milioni, distanti, e non sono persone, sono personaggi. Quando ci confrontiamo con un profilo, ci confrontiamo con la versione ottimizzata di qualcuno, e ce ne andiamo, inevitabilmente, perdenti. Non perché siamo davvero inferiori, ma perché stiamo confrontando la nostra vita non montata con il montaggio di vita altrui. È un confronto truccato dall'inizio, e la nostra psiche lo subisce comunque, perché non è progettata per distinguere tra confronto leale e confronto truccato. Vede una differenza, e la registra.
Il risultato è una dissonanza permanente: So che è finto, sento lo stesso l'inadeguatezza. Il sapere appartiene alla corteccia, il sentire appartiene a strati più antichi del cervello, e i due non si parlano. Per questo non ci si difende dalla menzogna social informandosi su quanto sia menzognera. Ci si difende, semmai, riducendo l'esposizione, o riportando il confronto a misura d'uomo: parlando con persone, non con personaggi.
Il prezzo che paga chi mente
Si tende a parlare della menzogna social dal punto di vista di chi la subisce: il pubblico ingannato, il consumatore di confronti truccati, l'adolescente che si sente sbagliato di fronte a profili impossibili. È giusto, ma è parziale. Perché chi mente paga, e paga in valuta pesante. Il personaggio non è un costume che si indossa e si toglie. È una struttura che richiede manutenzione, e la manutenzione ha un costo.
Il primo costo è cognitivo: Mantenere un personaggio coerente significa ricordarsi, in ogni momento, cosa si è raccontato e a chi. Quale versione della propria vita è stata pubblicata, quali dettagli sono stati inventati, quali persone reali sono state coinvolte in quali finzioni. Più la costruzione è elaborata, più è fragile: ogni nuova storia deve combaciare con tutte le precedenti, ogni incontro nella vita reale è un potenziale buco di sceneggiatura. Si vive in uno stato di vigilanza costante, che la psicologia chiama carico cognitivo cronico. È stancante e, alla lunga, logorante.
Il secondo costo è emotivo: Più il personaggio funziona, più la persona si sente sola. È un paradosso solo in apparenza: quando vieni amato, applaudito, seguito, validato per ciò che non sei, ricevi tutto tranne la cosa che servirebbe davvero, ossia un riconoscimento di ciò che sei. Il successo del personaggio non nutre la persona, la affama. Ogni like che arriva al personaggio è un like che non arriva alla persona, e la persona lo sa, anche quando finge di non saperlo. Si finisce per provare un'invidia paradossale verso il proprio personaggio: lui riceve l'affetto, lei resta al buio.
Il terzo costo è identitario, ed è il più grave: Tornano qui le parole di Winnicott: quando il falso sé prende il sopravvento, il vero sé si ritira, si fa silenzioso, infine si dimentica di esistere. La persona, a quel punto, non sa più chi sarebbe senza il personaggio. Provare a esistere fuori dalla maschera diventa insopportabile, perché senza maschera ci si sente, finalmente, banali. Inadeguati... comuni. E poiché il personaggio si è guadagnato il pubblico promettendo non banalità, la sua sopravvivenza esige che la persona non riemerga mai. Si è costruita una prigione di consensi.
Questo è, forse, il punto in cui la cronaca da cui siamo partiti smette di essere il racconto di una ragazza che mente su TikTok e diventa qualcos'altro: la fotografia di un meccanismo che fa male anche a chi sembra trarne vantaggio.
La perfezione esibita, ammessa apertamente come obiettivo, non è il sintomo di un narcisismo trionfante ma è il sintomo di una persona che ha smarrito la strada di ritorno a sé stessa, e che — non sapendo più come tornarci — alza il volume del personaggio, sperando che basti a coprire il silenzio.
Sei il controfattuale di qualcuno
Si potrebbe chiudere questa cronaca con l'invito retorico a "staccarsi dai social", a "tornare alla vita vera", a "scegliere l'autenticità". Sono frasi che si sono lette mille volte, e che mille volte non hanno cambiato niente, perché chiedere a milioni di persone di disertare un'infrastruttura economica e relazionale globale è una richiesta priva di realismo.

I social non si smonteranno, e probabilmente non si dovrebbero nemmeno smontare: contengono, accanto alla fogna, cose che valgono.
C'è però una cosa più piccola e più realistica che si può fare, e che è il vero punto a cui questa cronaca voleva arrivare. Ed è ricordarsi che la scena da cui siamo partiti può capitare a chiunque, in ogni momento, e in entrambe le direzioni.
Tu sei chi guarda, ogni volta che apri l'app, ma sei anche, per qualcun altro che non sai, chi viene guardato. Sei il controfattuale di qualcuno: sei la persona reale che potrebbe, semplicemente esistendo, smontare il personaggio di qualcun altro.
E qualcun altro è il tuo controfattuale: c'è, in giro per il mondo, chi conosce la versione vera di chi tu credi di seguire.
Vivere con questa consapevolezza non risolve la menzogna social ma cambia qualcosa nello sguardo. Ricorda che dietro ogni profilo c'è una persona, non un personaggio, e che la differenza tra le due figure — quando arriva a essere abissale — non è un trionfo, è una resa.
La fogna luminosa dei social non si svuoterà perché qualcuno la denuncia. Si svuoterà, eventualmente, quando le persone smetteranno di accettare di essere trattate, dai propri stessi personaggi, come un fastidioso ingombro.
Fino ad allora, conviene almeno saperlo: che si scorre dentro una rappresentazione, e che la rappresentazione, per quanto perfetta, non è il mondo. Il mondo è altrove. È nella stanza in cui hai aperto l'app, è nella stessa stanza in cui, prima o poi, la chiuderai.

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