Il messaggio di pace sull'Empire State Building: una verità che non ha un solo autore
- Anita Casale

- 6 lug
- Tempo di lettura: 11 min

Manhattan, ora di pranzo. Il cielo sopra la Fifth Avenue ha quella luce piatta e bianca che a luglio consuma i contorni delle cose. Poi qualcuno alza lo sguardo. Poi qualcun altro. In pochi minuti, una folla di teste rovesciate all'indietro forma un'onda silenziosa lungo l'isolato. A quattrocentoquarantatré metri da terra, in equilibrio sull'antenna dell'Empire State Building, due figure vestite di nero si muovono lente, con la calma di chi sa dove sta andando. Fra le loro mani, un rettangolo di tessuto si apre nel vento come una vela.
Sopra c'è scritto: "When the power of love beats the love of power, the world knows peace"
Nessuno, in quel momento, sa ancora chi siano. Nessuno sa che di lì a poco uno dei due si inginocchierà. Nessuno sa che verranno arrestati. La città guarda in alto e legge una frase. Solo una frase, sospesa nel cielo, che non chiede permesso a nessuno per esistere.
Chi erano e cosa hanno fatto
Il 1° luglio 2026, poco dopo mezzogiorno, Angela Nikolau e Ivan Beerkus hanno superato i controlli dell'Empire State Building e hanno iniziato a salire. Non lungo le scale interne aperte al pubblico, ma lungo l'antenna metallica che si erge oltre il 102° piano, fino a raggiungere la sommità della guglia, a 443 metri dal suolo. Vestiti di nero, con caschi e maschere a coprire il volto, hanno srotolato uno striscione bianco. Poi Beerkus si è inginocchiato e le ha chiesto di sposarlo.
I due non sono attivisti improvvisati. Sono rooftopper professionisti, protagonisti del documentario Netflix Skywalkers: A Love Story (2024), che raccontava la loro scalata della Merdeka 118 Tower in Malesia, secondo grattacielo più alto del mondo. La scena di New York è stata ripresa da un elicottero della ABC, rilanciata da CNN, e in poche ore ha attraversato tutti i fusi orari del pianeta.
Sono stati arrestati poco dopo dagli agenti della Emergency Service Unit della NYPD, che li hanno raggiunti a metà discesa lungo la struttura della guglia. A New York, la scalata non autorizzata di edifici superiori ai quindici metri è un reato di classe A: fino a un anno di carcere e mille dollari di multa. Al momento in cui scriviamo, i due sono in attesa di comparire davanti al giudice.
C'è un dettaglio che le agenzie di stampa hanno riportato quasi di sfuggita, e che invece merita di essere isolato: la coppia non ha rivendicato alcuna appartenenza politica, religiosa o ideologica. Nessuna sigla, nessun manifesto, nessun comunicato. Solo la frase sullo striscione, i loro corpi sospesi nel vuoto e — subito dopo — la proposta di matrimonio. Un gesto pubblico e privato allo stesso tempo, che rifiuta la classificazione immediata a cui l'informazione contemporanea è abituata.
Ed è precisamente questo a rendere l'episodio interessante da una prospettiva comunicativa: nell'era in cui ogni contenuto viene assorbito da un frame politico entro pochi secondi dalla sua diffusione, un messaggio che si sottrae al frame diventa un'anomalia. E le anomalie, nei sistemi di comunicazione saturi, sono le uniche cose che ancora vengono viste.
Una frase che non ha un solo autore

"When the power of love beats the love of power, the world knows peace." Nella sua forma più diffusa in italiano: quando il potere dell'amore supera l'amore per il potere, il mondo conosce la pace.
La rete la restituisce, quasi sempre, come una citazione di Jimi Hendrix. E in effetti si adatta perfettamente all'immaginario del chitarrista di Seattle: la fine degli anni Sessanta, il Vietnam, il rifiuto di suonare l'inno americano nelle basi militari, la generazione che cercava una grammatica nuova per parlare di pace. Il problema è che di quella frase, pronunciata da Hendrix, non esiste alcuna registrazione, alcuna intervista, alcun manoscritto verificato. Nulla. Gli studiosi che si sono occupati del suo lascito la classificano tra le attribuzioni disputate.
Se si prova a risalire più indietro, la frase riappare. William Ewart Gladstone, primo ministro britannico dell'Ottocento, la formulava così: "Guardiamo al tempo in cui il Potere dell'Amore sostituirà l'Amore per il Potere. Allora il nostro mondo conoscerà le benedizioni della pace". Un secolo dopo, il maestro spirituale indiano Sri Chinmoy la riscriveva nei suoi libri di meditazione, con una torsione ancora diversa: "La Pace nel mondo può essere raggiunta quando il Potere dell'Amore sostituisce l'Amore per il Potere".
Tre voci, tre epoche, tre culture: un politico vittoriano, un rockstar afroamericano, un mistico bengalese. Nessuno dei tre l'ha inventata, e forse nessuno di loro ne è davvero l'autore originale. Eppure la frase riemerge, ogni volta identica nel nucleo, ogni volta lievemente diversa nelle parole.
C'è un fenomeno preciso dietro tutto questo, e ha un nome: persistenza culturale. Non tutte le frasi resistono al tempo. La maggior parte si consuma nell'arco di una stagione mediatica, alcune sopravvivono a un decennio, pochissime attraversano i secoli. Quando un pensiero riemerge in bocche diverse, in epoche diverse, senza che chi lo pronuncia sappia necessariamente di ripeterlo, siamo davanti a qualcosa che ha superato la soglia della citazione: siamo davanti a un archetipo cognitivo, una struttura di senso che l'esperienza umana produce spontaneamente ogni volta che si trova nella stessa condizione storica.
E la condizione è sempre la stessa. Guerra, oppressione, sopraffazione. Ogni volta che un essere umano osserva il proprio tempo e si domanda perché la specie continui a distruggersi, arriva più o meno alla stessa formula: esistono due forze che governano l'agire umano, una che unisce e una che divide, e finché prevarrà la seconda non ci sarà pace. Gladstone lo capì guardando l'Impero britannico. Hendrix — o chi per lui — lo capì guardando il Vietnam. Chinmoy lo capì guardando la geopolitica della Guerra Fredda.
Il 1° luglio 2026, due scalatori l'hanno ricordato al mondo srotolando uno striscione su un grattacielo di New York.
Ed è qui che il paradosso si risolve, o meglio si dissolve. L'ossessione contemporanea per l'attribuzione — chi l'ha detto? È vera la citazione? Era davvero Hendrix? — è un riflesso del nostro sistema di validazione dell'informazione, non un criterio di verità. Nel giornalismo, nell'accademia, sui social, una frase vale in funzione della fonte. Se la fonte è debole, la frase perde peso.
Ma questo criterio funziona per i fatti, non per le verità. Un fatto ha bisogno di una fonte, perché è un evento circoscritto nel tempo e nello spazio. Una verità, se è tale, è un enunciato che esiste indipendentemente da chi lo formula. Il teorema di Pitagora resta vero anche se scoprissimo domani che non fu Pitagora a dimostrarlo per primo. La frase sull'Empire State Building resta vera indipendentemente dal fatto che l'abbia pronunciata Hendrix, Gladstone, Chinmoy o qualcuno prima di loro.
Anzi: che nessun autore riesca a rivendicarla in modo definitivo è, forse, la conferma più solida della sua veridicità. È troppo semplice, troppo evidente, troppo ovvia per appartenere a qualcuno. Appartiene a chiunque si sia mai fermato a guardare la storia umana e abbia capito come funziona.
Potere dell'amore contro amore per il potere: cosa significa
La frase è così bilanciata, così ritmica, da rischiare di essere ascoltata come un semplice slogan. Potere dell'amore, amore per il potere: un chiasmo perfetto, quattro parole che si specchiano l'una nell'altra. Ed è proprio la sua eleganza formale a costituire il rischio maggiore: se ti fermi al suono, non ne cogli la struttura. E la struttura, in questo caso, è tutto.
Perché la frase non oppone amore e potere, come una lettura superficiale suggerirebbe. Oppone due tipi di potere. C'è un potere che nasce dalla capacità di connettere, di generare, di includere: è quello che i greci chiamavano agápē, la forma d'amore che non chiede di essere ricambiata perché non nasce dal bisogno, ma dall'abbondanza. E c'è un potere che nasce dalla capacità di controllare, di sottrarre, di dominare: è quello che Agostino d'Ippona chiamava libido dominandi, la brama di supremazia che il pensiero occidentale ha identificato per secoli come la vera radice della guerra.
Non è quindi una scelta tra amare e comandare. È una scelta tra due modi diversi di essere efficaci nel mondo.
Il potere dell'amore è generativo. Costruisce legami, crea comunità, produce fiducia. È la forza che ha permesso alla specie umana di sopravvivere alle proprie fragilità biologiche: non la forza fisica, non l'aggressività, ma la capacità di prendersi cura dei più deboli abbastanza a lungo da farli diventare adulti. Ogni volta che questo potere agisce, ciò che tocca aumenta: più connessioni, più cooperazione, più possibilità.
L'amore per il potere è invece consumativo. Divora ciò che tocca, perché il suo obiettivo non è il legame ma il controllo. Chi ama il potere non vuole essere in relazione con l'altro: vuole disporne. E poiché il controllo, per definizione, non si sazia mai — c'è sempre qualcosa di più da controllare, qualcuno di più da sottomettere — questa forza è strutturalmente infelice. È il paradosso che tutti i grandi tiranni della storia hanno finito per incarnare: possiedono tutto e godono di niente.
Se osserviamo con onestà le architetture che regolano il mondo contemporaneo — quelle economiche, quelle politiche, quelle mediatiche, persino quelle relazionali che si sono sviluppate sulle piattaforme digitali — dobbiamo riconoscere che sono state progettate quasi tutte secondo il secondo modello. Massimizzare l'estrazione di valore, di attenzione, di consenso, di dati. Il potere dell'amore, quello che genera senza consumare, resta confinato alla sfera privata: la famiglia, l'amicizia, la cura. Come se fosse un lusso, un'eccezione ammessa purché non pretenda di ridisegnare le regole del gioco.
La frase apparsa sull'Empire State Building non chiede di eliminare il potere. Chiede di invertirne il segno. Non un mondo senza forza — un mondo in cui la forza dominante sia quella che unisce anziché quella che divide. È una richiesta radicale, molto più radicale di qualsiasi rivoluzione novecentesca, perché non propone di sostituire una classe dirigente con un'altra: propone di sostituire il criterio stesso con cui riconosciamo l'efficacia.
Ed è forse per questo che, dall'Ottocento in poi, chiunque la formuli finisce per essere ricordato come un idealista. La frase è troppo semplice per essere presa sul serio da chi ha investito la propria vita nell'altro modello. Eppure continua a riemergere, epoca dopo epoca, perché descrive un fatto che nessuna architettura di potere è mai riuscita a smentire: le società che durano sono quelle che si prendono cura dei propri membri, non quelle che li consumano.
443 metri per farsi ascoltare: il messaggio di pace dell'Empire State Building e la soglia dell'attenzione
C'è una domanda scomoda che l'episodio del 1° luglio pone senza dichiararla: se la frase è così vera, così semplice, così ripetuta nei secoli — perché abbiamo avuto bisogno di due persone appese a un'antenna per accorgercene?
La risposta, per quanto sgradevole, è che il problema non è la frase. È il canale.
Nel Sessantotto, la stessa idea circolava sui muri di Berkeley e sulle copertine di Life. Bastava un manifesto per farla arrivare a milioni di persone, perché il numero di messaggi che ogni individuo riceveva ogni giorno era ancora dell'ordine delle decine. Oggi quel numero è dell'ordine delle migliaia — alcune stime lo collocano tra i seimila e i diecimila stimoli comunicativi quotidiani per il cittadino urbano medio. Una frase, per quanto vera, in quel flusso vale statisticamente zero. Non perché sia sbagliata, ma perché non ha nessuna caratteristica formale che la distingua dal rumore che la circonda.

E qui entra in gioco un principio che Marshall McLuhan formulò già negli anni Sessanta e che il tempo, invece di superarlo, ha reso più letterale: il medium è il messaggio. Non conta soltanto cosa dici, conta il canale attraverso cui lo dici, perché il canale porta con sé un peso che modifica il contenuto prima ancora che venga interpretato. La stessa frase pronunciata al bar, postata su Instagram, urlata da un palco o srotolata a quattrocentoquarantatré metri d'altezza non è, comunicativamente parlando, la stessa frase. Cambia il medium, cambia il messaggio.
Nikolau e Beerkus non hanno pubblicato uno statement. Non hanno registrato un video. Non hanno concesso interviste. Hanno fatto qualcosa di molto più antico e molto più radicale: hanno messo il proprio corpo tra il messaggio e il mondo. E lo hanno messo in un punto — la cima di un simbolo architettonico del capitalismo occidentale, l'edificio che per decenni è stato l'immagine stessa dello skyline americano — in cui il corpo diventa immediatamente leggibile come segno.
Nella tradizione degli studi comunicativi, questo si chiama embodied communication: comunicazione incarnata, in cui il messaggio non viaggia più attraverso un simbolo (la parola, l'immagine, il video) ma attraverso la presenza fisica di chi comunica. È la forma di comunicazione più costosa che esista, perché chi la pratica paga con la propria vulnerabilità: il rischio di cadere, di essere arrestato, di essere frainteso. Ed è proprio questo costo a renderla credibile in un ecosistema mediatico in cui ogni parola è sospetta di essere marketing.
Il paradosso del nostro tempo è che l'unica cosa che ancora riusciamo a credere è ciò per cui qualcuno è disposto a pagare un prezzo alto. Un articolo di giornale può essere sponsorizzato, un post virale può essere comprato, un'intervista può essere manipolata. Un corpo appeso a un'antenna no. Il corpo, in quell'istante, è il messaggio: non lo veicola, non lo trasmette, lo incarna.
C'è un secondo strato di lettura, più propriamente sociologico. Il filosofo coreano Byung-Chul Han ha descritto la società contemporanea come una società della stanchezza: un sistema in cui l'iperproduzione di contenuti ha esaurito le nostre risorse attentive al punto che il nostro cervello, per proteggersi, ha alzato progressivamente la soglia oltre cui uno stimolo viene classificato come "rilevante". Ciò che negli anni Ottanta ci avrebbe fermato per strada, oggi non ci fa nemmeno alzare lo sguardo dallo schermo.
Il francese Yves Citton, in Per un'ecologia dell'attenzione, ha coniato per questo fenomeno la formula dell'economia dell'attenzione: viviamo dentro un mercato in cui la merce più contesa non è più il denaro, ma la nostra capacità di guardare. E in questo mercato, come in ogni altro, vige la legge della scarsità: più aumenta l'offerta, più cresce il costo che chi vuole essere visto deve essere disposto a sostenere.
Vista da questa prospettiva, la scelta di Nikolau e Beerkus smette di apparire spettacolare per diventare quasi matematica. Non è stato un gesto folle. È stato un gesto proporzionato alla soglia di attenzione del pubblico a cui si rivolgeva. Per far ascoltare una frase antica di due secoli, dovevano portarla in un punto in cui nessun altro poteva metterla. Non un punto letterale — anche se 443 metri sono un dato letterale — ma un punto simbolico: il luogo in cui il gesto vale più del contenuto, e quindi porta con sé il contenuto.
Non è una vittoria del messaggio. È una diagnosi del canale
La verità non chiede di essere creduta, chiede di essere riconosciuta.
Torniamo a quella scena. Manhattan, ora di pranzo, due figure nere sulla guglia, uno striscione che si apre nel vento. Adesso sappiamo chi erano. Sappiamo cosa hanno rischiato. Sappiamo da dove veniva quella frase — e sappiamo che, in realtà, non viene da nessun luogo preciso, perché nessuno l'ha mai davvero inventata. È lì da sempre, in attesa che qualcuno la ripeta.
E questo è forse il dato più interessante di tutta la storia. Nikolau e Beerkus non hanno portato un messaggio all'Empire State Building. Non erano portatori di una verità nuova. Hanno fatto qualcosa di più modesto e allo stesso tempo di più profondo: hanno ricordato al mondo qualcosa che il mondo già sapeva, e che aveva scelto — collettivamente, quotidianamente, silenziosamente — di dimenticare.
C'è una differenza radicale tra credere e riconoscere.
Credere è un atto della volontà: implica un salto, una fiducia, una scelta a favore di qualcosa che non abbiamo verificato.
Riconoscere è un atto della memoria: implica il ritrovare qualcosa che era già lì, sepolto sotto il rumore, coperto dall'abitudine. Le verità profonde — quelle che attraversano i secoli in bocche diverse — non ci chiedono di credere. Ci chiedono di ricordare.
E il motivo per cui continuiamo a dimenticarle non è la mancanza di intelligenza, e nemmeno la mancanza di informazione. È la mancanza di silenzio. Le architetture che abbiamo costruito intorno a noi — il flusso incessante di stimoli, l'iperproduzione di contenuti, la pressione a rispondere — sono progettate per non lasciarci mai il tempo necessario a riconoscere ciò che già sappiamo. E ciò che non viene riconosciuto, per la nostra mente, semplicemente non esiste.

Nei prossimi giorni, l'episodio del 1° luglio scivolerà lungo il ciclo mediatico ordinario. Diventerà una notizia di ieri, poi di due settimane fa, poi un ricordo confuso associato all'estate 2026. Nikolau e Beerkus pagheranno le loro multe, forse sconteranno la loro pena, torneranno probabilmente a scalare altri grattacieli in altre città. Lo striscione è già stato riavvolto e archiviato come corpo di reato.
Ma la frase resta. Non su un edificio di Manhattan — nella mente di chi ha scelto di fermarsi un momento a leggerla. E se resta lì, se produce anche solo per un istante quella piccola vertigine del riconoscimento — è vero, lo sapevo già — allora il gesto di quei due scalatori ha raggiunto il suo scopo. Non convincere nessuno. Ricordare a qualcuno.
Perché il potere dell'amore non è un programma politico. Non è un'ideologia, non è una strategia, non è nemmeno una posizione morale. È un modo di stare al mondo che ognuno di noi, in ogni giornata, sceglie o non sceglie di praticare.
Nelle relazioni, nel lavoro, nel modo in cui parliamo di chi non è d'accordo con noi, nel modo in cui trattiamo chi non può restituirci nulla. È una scelta minuta, ripetuta, invisibile. E proprio per questo è l'unica che, alla lunga, cambi qualcosa.
La domanda che l'Empire State Building ci ha lasciato in eredità, quel 1° luglio, non è "credete a questa frase?". È un'altra, molto più semplice, e molto più difficile: dove, oggi, nella tua vita, sta operando l'amore per il potere — e dove sta operando il potere dell'amore?
Non serve rispondere subito. Basta accorgersene.




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